sabato 16 aprile 2011

laboratorio di resistenza permanente - fondazione mirafiore - aprile 2011 - incontro con chiamparino


con la lezione di Chiamparino si conclude l'esperienza del Laboratorio di resistenza permanente presso la fondazione Mirafiore.

Non vi ho riferito circa gli ultimi cinque incontri, la maggior parte dei quali sono stati piuttosto tecnici e impegnativi: scrivere di biopalstiche e di processi di innovazione e ricerca nell'industria chimica (Catia Bastioli), affrontare il discorso della bellezza da un punto di vista squisitamente filosofico (Gianni Vattimo) o ancora intraprendere un'analisi comparativa sul giornalismo di oggi e di ieri (Mario Calabresi) era impresa piuttosto impegnativa per una non sufficientemente ferrata in materia. Nè era il mio obiettivo riportare quanto detto da altri, ma piuttosto girare sul piatto le impressioni, gli spunti, le riflessioni via via emerse…

Come in ogni esperienza, è importante analizzare cosa rimane dopo l'onda dell'entusiasmo iniziale.
Non credo di avere maggiori certezze rispetto a prima, né penso che siano state fornite ai partecipanti ricette facili per il futuro. Da un certo punto di vista, meno male, perché dubito e diffido di chi sciorina soluzioni spicce e delle persone piene di certezze.

Se devo guardare al distillato che ho ricavato da questa serie di incontri, c'è sicuramente una rinnovata motivazione che si va a sostituire a una rabbia impotente di chi si sente trascinato dall'inesorabilità degli eventi; c'è la consapevolezza che sta succedendo qualcosa, che esiste una coscienza comune e diffusa.
Tutte le persone che sono intervenute a Fontanafredda hanno progetti in atto; gli spazi di confronto e discussione si moltiplicano, non sono fatti isolati.
Come vi avevo già accennato, mi ha colpito molto Farinetti e il suo ottimismo, ma ancora di più mi ha colpito Gino Strada e il suo pessimismo (torino, presentazione di E il mensile), la sua totale e irrimediabile sfiducia verso le istituzioni e nonostante ciò la la ferma volontà e la forza di buttarsi nell'impresa di una rivista per dire "ci sono e questo e quello che penso".
Ora, ho considerato queste due figure paradigmatiche che, direi, hanno poco da spartire l'una con l'altra in quanto esperienze di vita e temperamento, ma utili a sottolineare come nelle loro parole si leggano rotte diverse verso una meta largamente condivisa. E questo discorso si potrebbe allargare a tutti gli intervenuti.

Di migliore di un'idea individuale c'è un'idea collettiva, che circola nelle teste di molti; è elettricità nell'aria. Quando ti accorgi che anche altri la condividono, ecco che acquista un maggior spessore.
Negli ultimi due anni sono cambiate le mie convinzioni riguardo alla società, l'economia, l'ambiente, il fare politica e, in maniera drastica, anche riguardo alla religione e le sue istituzioni. E può essere che cambieranno ancora. In fondo la vita è un qualcosa di mobile, di liquido. Le parole e le risposte che funzionavano 30 anni fa hanno esaurito il loro potenziale, e così quelle di oggi probabilmente non funzioneranno tra 30 anni.
Quello che penso non cambierà sono i valori primi e ultimi, il nord della mia bussola. Ci sono tanti percorsi possibili per tendere a quel nord e non necessariamente si tratta di percorsi giusti o sbagliati a priori; spesso sono semplicemente percorsi diversi.
Avere però una direzione comune ti rende più consapevole del fatto che la tua meta è meta di tanti e perciò più concreta e forse più accessibile.

L'esperienza di questo Laboratorio mi lascia tutta una serie di informazioni, di strumenti di lettura, di spunti di riflessione, ma soprattutto mi stampa nella mente i volti dei miei vicini di banco, persone di cui non so il nome ma di cui ora conosco la direzione. E questo mi infonde maggior determinazione nel tenere fede ai miei principi nella vita di tutti i giorni.
Far finta di niente e usare sempre il compromesso con ciò che ci fa storcere il naso è un modo spicciolo e facile di porsi, ma alla fine anche molto autolesionista. Non possiamo sperare di essere felici da soli. Se siamo convinti che il mondo faccia schifo non possiamo pensare che quello schifo non entri in una certa misura nella nostra vita. Nel momento in cui facciamo delle scelte, diciamo il nostro "no" a certe situazioni, non pretendiamo certo di cambiare il mondo, ma certamente contribuiamo al realizzarsi di una direzione. E la direzione non è un qualcosa di così astratto, anzi, è innanzitutto un fatto fisico.

Questo non vuol dire necessariamente iniziare una battaglia generalizzata contro tutto ciò che va contro i nostri principi, né autoimporci tutta una serie di drastiche rinunce. L'assolutizzazione di un'ideologia, anche se animata dalle migliori intenzioni, mi spaventa sempre. Resta comunque necessario, a mio avviso, individuare su quali cose, su quali valori non siamo disposti a transigere.
Raramente i tempi del pensiero coincidono con i nostri tempi "fisici"; una rivoluzione del pensiero funziona nella misura in cui ci entra dentro poco per volta convincendoci che quello che porta nella nostra vita concreta è meglio di quello che rimpiazza. Non è un processo indolore. Durante la muta, il serpente vive la fase più vulnerabile della sua esistenza.
Per questo credo sia così importante informarsi, partecipare, condividere, acquisire strumenti per essere almeno un po' più preparati, per quanto lo si possa essere sul filo del cambiamento.

Chiudo con un pensiero di Baricco: il crinale di un cambio d'epoca è un'occasione unica; è il momento in cui a vincere è la fantasia, la creatività, la capacità di rispondere alle sfide della quotidianità in modo inedito, alternativo. Quando la realtà è incerta e critica, certo, vengono a galla tutte le miserie dell'umanità, ma, nello stesso tempo, anche la sua straordinaria forza di reinventarsi. Prendiamoci cura del nostro futuro.